Il Museo della Civiltà Contadina arriva a FICO

Al via la collaborazione tra Eataly World e Città Metropolitana

Il Museo della Civiltà Contadina arriva a FICO con un allestimento permanente di oltre 40 pezzi in uno spazio di 2000 mq lungo tutto il perimetro esterno del Parco, che aprirà il 15 novembre.

A presentarla oggi c'erano Virginio Merola, sindaco della Città metropolitana di Bologna e Tiziana Primori, amministratore delegato di FICO Eataly World.

Come già accaduto in occasione di Expo2015, quando il Museo contribuì all'allestimento del Padiglione zero, l'esposizione (che è suddivisa in 4 sezioni: grano, canapa, vite, riso) racconta l'importanza della storia dell'agricoltura e del lavoro contadino per il nostro territorio. Al centro ci sono la terra, il lavoro, l'ingegno dell’uomo e i prodotti che hanno caratterizzato la storia sociale ed economica del nostro territorio.

Il Museo della Civiltà Contadina di Villa Smeraldi

L’ottocentesca Villa Smeraldi è sede dal 1973 del Museo della Civiltà Contadina. Si trova a 15 km da Bologna, a San Marino di Bentivoglio nel cuore di un parco storico all'inglese.

Oltre 2000 mq di esposizione e 4 ettari di parco offrono al visitatore una testimonianza unica sul lavoro e sulla vita nelle campagne tra Otto e Novecento: la sezione dedicata alla canapa è la più importante in Italia. Il Museo è gestito, assieme alla villa e al parco, dall'Istituzione Villa Smeraldi, costituita nel 1999 dalla Provincia di Bologna, ora Città metropolitana, e sostenuta dai Comuni di Bologna, Bentivoglio e Castel Maggiore.

Oltre ad essere aperto ai visitatori, il Museo organizza visite guidate ed eventi gratuiti (rievocazioni, degustazioni, concerti, rappresentazioni teatrali, presentazioni, ecc.). Consolidata è anche l'attività didattica offerta agli studenti del territorio metropolitano e ai bambini (percorsi organizzati, laboratori per le scuole, proposte per famiglie in occasione di eventi e compleanni...). Lo scorso anno il Museo ne ha organizzati 295 per un totale di oltre 7.000 bambini coinvolti.

Dalla favola del galletto e del topolino alle stagioni dell'orto, dalla caccia al mestiere alla lezione di apicoltura, le classi che partecipano ai percorsi possono scoprire come si viveva e lavorava nel passato, come erano le case dei nostri bisnonni contadini, artigiani e lavoratori di campagna, ma anche capire il nostro presente vedendo come si fa il formaggio o da dove viene lo zucchero.

Il Pomario di Villa Smeraldi

Villa Smeraldi ospita anche il Pomario, l'unico frutteto realizzato su basi scientifiche e aperto a tutti, di antiche e rare piante da frutto della campagna bolognese ed emiliana. Un museo a cielo aperto dedicato alla conservazione di oltre 150 varietà antiche di frutti oggi in via di estinzione: 500 alberi di mele, pere, pesche, albicocche, susine e ciliegie impiantati su un terreno di 9000 mq. Il Pomario è il luogo destinato a conservare, “in vivo”, antiche piante da frutto, che mantengono un loro fascino, non solo per i richiami nostalgici che rimandano alla memoria dei frutti del passato, ma per il loro significato genetico, merceologico, ecologico di riserva di biodiversità.

Il Museo aderisce anche alla Card Musei Metropolitani lanciata dal Comune di Bologna,  l’abbonamento che offre accesso illimitato alle collezioni permanenti e ingresso a prezzo ridotto alle mostre temporanee di tanti musei della città e dell’area metropolitana.

Le 4 sezioni dell'esposizione a FICO

Il grano. Il frumento era la più importante delle colture della pianura bolognese. Occupava ogni anno quasi la metà del seminativo e dalle dimensioni del suo raccolto dipendeva essenzialmente la possibilità per la famiglia contadina di costituire una scorta sufficiente a garantire i consumi familiari di pane e pasta sino al raccolto dell'estate successiva.

La vite. La piantata, ossia la vite maritata agli alberi utilizzati come sostegni vivi, era un elemento caratteristico della campagna bolognese.

La canapa. Per quasi cinque secoli la pianura bolognese ha rappresentato uno dei principali centri della canapicoltura italiana. Sostenuta inizialmente dalla domanda della corderia dell’arsenale navale veneziano, ma capace anche di alimentare alcuni circuiti di produzione locale di canapa pettinata, corde, reti da pesca, tele da sacchi, biancheria domestica.

Il riso. Numerosi terreni privi di uno scolo sicuro, risultavano inadatti alla coltivazione degli alberi e delle viti e poco produttivi per le altre colture asciutte. Su questi ed altri terreni completamente privi di alberature – le “larghe” – nel periodo napoleonico, per iniziativa di grandi proprietari e affittuari, si avviò la nuova esperienza delle colture umide. La coltivazione del riso, esercitata in aziende molto più grandi dei poderi mezzadrili, in certi periodi dell’anno, aveva bisogno di una quantità enorme di manodopera pagata a giornate o a cottimo.